Dieta ecosostenibile, ricetta per vivere bene

Si è appena concluso a Milano il 23esimo Congresso nazionale dell’Associazione nazionale dietisti, dove a tenere banco è stato il tema della dieta ecosostenibile.

Tranquilli, non vi stiamo proponendo di mettervi a dieta in vista della stagione estiva, piuttosto di porre maggiore attenzione al cibo che si porta in tavola e alla nutrizione intesa, in senso lato, come attenzione per il benessere della persona e il vivere sano.

Questa “dieta” ha tra i suoi promotori un sostenitore di eccezione: il WWF, che, in collaborazione con l’istituto britannico Rowett Institute dell’Università di Aberdeen, sostiene la filosofia alimentare del livewell.

Ma che significa, in sostanza, prendersi cura del proprio organismo attraverso questo regime alimentare? Mangiare cibi sani, prodotti di stagione, coltivati nelle dirette prossimità del luogo di acquisto, quindi alimenti a km zero. Questo stile di vita va a tutto vantaggio dell’ambiente che ci circonda, della tutela dell’ecosistema naturale, fermando l’inquinamento, gli sprechi e l’impoverimento dei territori.

I capisaldi del livewell, della dieta ecosostenibile sono chiari: “Il km 0 è un principio base della sostenibilità alimentare, un baluardo del mangiare bio e del vivere secondo natura, infatti, le piccole colture sono quelle a basso costo, le meglio gestibili secondo i dettami della produzione agricola tradizionale, le meno meccanizzate e con buona probabilità anche le meno inquinate e inquinanti.”

L'attenzione al cibo è a km0

Siete convinti che gli italiani siano un popolo attentissimo alla qualità del cibo, che non rinuncerebbe mai a dedicare tempo alla preparazione dei propri pasti, che per nulla al mondo si priverebbe del piacere di un buon piatto consumato a tavola come si deve?

Se siete tra quanti pensano così, probabilmente avrete di che ricredervi: da una recente indagine della Barilla Center for Food and Nutrition emerge che ben il 41% degli italiani è costretto a mangiare quasi tutti i giorni fuori casa, riducendo il proprio pranzo a uno spuntino veloce, spesso consumato in piedi e in solitario. Si calcola addirittura che, attualmente, il tempo medio per consumare il pranzo si sia ridotto a circa 8-10 minuti, un tempo davvero brevissimo, se si tiene conto che la sensazione di sazietà si ha solamente dopo circa 20 minuti dall’inizio del pasto. Consumare un pasto di corsa e velocemente non solo impedisce di godere della varietà dei sapori dei diversi ingredienti, ma fa male alla salute, perché non sentendosi mai sazi, si rischia di continuare a spiluccare durante tutta la giornata.

Dai risultati di una ricerca condotta da Unilever Food Solutions è emerso che ben l’87% di chi mangia quotidianamente fuori casa non vorrebbe rinunciare alla qualità del cibo né alla possibilità di fare scelte salutari. C’è un gran numero di persone, insomma, che desidererebbe una maggiore trasparenza del prodotto, in particolare in merito alla provenienza del cibo.

Davvero, allora, è necessario essere schiavi del tempo e ridurre il piacere del cibo a un semplice bisogno quotidiano da colmare? Noi siamo convinti di no. Se proprio avete poco tempo da dedicare alla cucina e arrivate a casa sempre tardi e stanchi dagli uffici, una buona soluzione potrebbe essere quella di fare la spesa online. Questo vi permetterà di risparmiare tempo, senza però rinunciare alla qualità degli alimenti. Nel caso dei prodotti agricoli a filiera corta, inoltre, la tracciabilità e dunque la provenienza sono chiare.

Km0: dubbi ragionevoli?

Nei giorni scorsi abbiamo parlato più volte di quanto si stiano diffondendo gli acquisti di alimenti a Km0 zero e di quanti estimatori eccellenti abbiano.

Più volte abbiamo provato ad illustrare quali sono i vantaggi per l’ambiente e il portafoglio delle persone che questo sistema comporta. Eppure, non lo nascondiamo, se hanno tanti ammiratori, gli acquisti a km0 hanno anche qualche dettrattore.

Per esempio, in un articolo comparso su Il Messaggero del 27 aprile 2011, Antonio Pascale critica l’approccio della filiera corta ritenendolo, sostanzialmente, una forma ostinata di resistenza alla modernità e al progresso.

La sua critica si rivolge non solo contro la coltivazione biologica, colpevole, secondo lui, di limitare il progresso necessario per vincere la povertà e ottenere prodotti a basso costo per tutti, ma soprattutto contro il chilometro zero. Scrive l’autore: “Se abitassi in Valtellina dovrei mangiare solo mele? In Pianura Padana solo parmigiano e prosciutto?”. L’argomentazione polemica alla base dell’articolo è che è assurdo che le tipicità locali non possano percorrere chilometri per raggiungere anche la tavola di chi non è così fortunato da abitare nei posti di produzione.

Inoltre, Pascale si mette dalla parte dei produttori e sostiene che sono loro i primi ad avere interesse a esportare i propri prodotti, perché il ristretto mercato esclusivamente locale non consentirebbe di vendere un quantitativo sufficiente di frutta per resistere sul mercato.

Voi cosa ne pensate? Condividete questi argomenti ?